Catching problems early

Articolo breve che può erroneamente sembrare facile da applicare nella realtà. Partiamo. Devi modulare una situazione in azienda, vorresti cioè un qualche output differente rispetto allo stato attuale delle cose, ma non sai qual è il problema. Astraggo. Hai un obiettivo qualsiasi e un palese ostacolo, oppure l’ostacolo è proprio il non sapere cosa fare. Come procedi? Spetta a te muovere.

Primissima cosa da fare. La dico in inglese perché così l’ho imparata e così me la ricordo. Follow the (known) path, hit resistance, then stay. Cioè non rimbalzare via dal problema, accetta la frustrazione, la dissonanza cognitiva di non vedere una soluzione che sai esistere. Elimina le distrazioni e concediti di concentrarti. Qui non sembra ma è importante lo stato mentale. Il parasimpatico deve vincere (ref tecniche di mindfulness), la fretta di risolvere e l’urgenza della situazione no. E a questo devi aggiungere un fattore di curiosità, devi trovare per quanto potrebbe non essere immediato un elemento di tuo interesse, un motivo per cui senti il problerma in parte tuo. Il target è quell’equilibrio tra sfida personale e fattibilità (ref Mihály Csíkszentmihályi, ref flow).

Mappa il problema – a partire da dati oggettivi però -, le premesse, i costrutti, gli assunti impliciti e i vincoli effettivi, i tentativi pregressi. Capisci un segmento, esplora, cambia prospettiva (ref George Pólya). Sono già stati risolti sotto-problemi o super-problemi rispetto al tuo? C’è così tanto materiale open source ad oggi che probabilmente qualcosa di utile sull’argomnento può essere trovato. Piccolo inciso a proposito di cambiare prospettiva: esistono gli isomorfismi, cioè la possibilità di spostarti da un modello di realtà ad un altro che magari nei dintorni del tuo problema è meglio sviluppato.

Hai isolato i veri problemi all’interno del problema, sei ad un punto che sembra irriducibile. Un informatico teorico ora costruirebbe un grafo delle modulazioni possibili, delle possibili prossime mosse. Ma prima di analizzare la situazione e scegliere come procedere il grafo va costruito, le idee vanno pensate. Per farlo lavora in proiezione, per assurdo ad esempio. Chiediti come peggiorare un problema, non come risolverlo (ref Giorgio Nardone, ref problem solving strategico). Cioè impara a conoscerti e ad elicitare idee in qualunque modo che ti risulti efficace. Vanno enumerate tutte le vie pensabili per attaccare il problema.

Questo ultimo concetto lo prendo dall’ethical hacking. Pivot. Mantieni l’obiettivo fisso ma cambia il percorso per raggiungerlo. Trova il segmento di route che sì ti fa deviare ma euristicamente potrebbe rendere raggiungibile l’obiettivo. Di solito una via d’accesso esiste perché un sistema completamente offline è anche completamente inutile. Questo è il momento delle simulazioni, degli esperimenti mentali, del pattern recognition. A questo punto volendo si potrebbe agganciare un mio precedente articolo sui modelli decisionali. Aggiungo questo: di solito i problemi si risolvono grazie alla sinergia tra (almeno) due persone, creando interazione costruttiva e feedback loop.

Ora arriviamo a parlare del problema a monte. Identificare i problemi in tempo, prima dei danni, prima degli outcome che non vuoi. Allora ripartiamo dalla situazione iniziale: osservi un’azienda. Diciamo che almeno parzialmente è in compenso, funziona, porta avanti il lavoro. Come fai a cercare i problemi prima che siano visibili? Non lo fai tu. Porti nel sistema-azienda persone esterne, punti di vista diversi e non abituati alla situazione. Persone – consulenti – che per lavoro fanno auditing. Auditing significa analisi della situazione, analisi oggettiva senza i costrutti emotivi di chi in azienda ci lavora. Significa arrivare con un bagaglio di conoscenza teorica ed esperienziale e – in prima battuta – fare pattern recognition per trovare innanzitutto i problemi con cui si ha già interagito in passato. E da lì si procede, si parla di obiettivi, di KPI, di piani di transizione. Questo facciamo in M96 Consulting.